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20 dicembre 2012 La medicina vegetale incontra il clima

Tenutasi a Bari il 13 dicembre, la 24esima edizione dei Forum di medicina vegetale ha scelto come fulcro il rapporto fra clima e agricoltura

La medicina vegetale incontra il clima A giudicare dalla ragguardevole nevicata che ha appena messo a disagio tutto il Nord Italia, risulta in effetti comprensibile quanto agli occhi dei più possa sembrare bizzarro parlare di gas serra e di surriscaldamento globale.
Uno degli errori che più comunemente viene commesso dalla comunicazione sui cambiamenti climatici è infatti quello di parlare per lo più di anidride carbonica, raggi infrarossi lunghi e corti, siccità, desertificazione e medie termiche estive da record. E così, quando sopraggiunge un evento meteo di segno opposto, come appunto una nevicata o una settimana sotto lo zero, si diffonde la perplessità popolare sulle denunce diffuse da giornali, televisioni e web.
Complice anche una certa drammatizzazione terroristica, funzionale a strategie comunicative più ideologiche che scientifiche, la maggioranza della gente finisce quindi col farsi idee strampalate del fenomeno.
Il clima sta invece cambiando a ritmi superiori a quelli dei secoli passati e le evidenze di ciò andrebbero declinate soprattutto nell'estremizzazione dei fenomeni di entrambi i segni, piuttosto che trasmettere messaggi monocordi abbinati a immagini di turisti agostani che fanno pediluvi nelle fontanelle nelle nostre città d'arte.
Di certo l'agricoltura, in quanto attività di grande peso nel bilancio complessivo degli impatti antropici globali, deve farsi carico delle proprie responsabilità. E sottolineo le proprie, visto che troppe volte le vengono attribuite anche colpe che non ha, oppure che ha in misura minore di quanto asserito da chi, spesso, di agricoltura poco capisce.
In questi scenari velocemente mutevoli, è stato quindi deciso di incentrare la 24esima edizione dei Forum di medicina vegetale proprio sul rapporto che lega clima e agricoltura. Entrambi i fattori sono infatti estremamente intercorrelati, perché se l'agricoltura può cambiare il clima è altrettanto vero che può avvenire il processo opposto, ovvero che il clima modifichi profondamente l'agricoltura.
 
Organizzato dall'Associazione regionale pugliese dei tecnici e dei ricercatori in agricoltura, Arptra, Europe Direct Puglia e Crsa "Basile Caramia", ovvero il Centro di ricerca e sperimentazione in agricoltura, come pure patrocinato dell'Aipp, Associazione italiana per la protezione delle piante, e dalla Regione Puglia, il forum è stato strutturato in tre differenti sessioni. La prima è stata incentrata proprio sul rapporto clima-agricoltura ed è stata moderata da Franco Faretra, presidente Aipp. La seconda è stata riservata alle comunicazioni delle società agrochimiche circa le proprie novità a catalogo (leggi l'articolo). Infine la terza, rivolta agli approfondimenti tecnici, con la moderazione di Giuseppe Laccone, consigliere Arptra. (leggi l'articolo)
 
Nota: le immagini riportate nel presente articolo sono state tratte dalle presentazioni degli autori.
 
 
Indice paragrafi:

Clima e agricoltura: nodo inestricabile
Fame, obesità e consumo delle risorse
Sotto la pioggia c'è poco da ballare
Investigazioni a bersaglio
Meditazioni di un giornalista
 
La platea del convegno (l'articolo prosegue dopo la fotografia)


 
 
Clima e agricoltura: nodo inestricabile
 
Dopo i saluti di Vittorio Filì, di Arptra, Vito Savino, Crsa, e Franco Faretra, Aipp, l'evento barese è quindi stato aperto nel segno indicato dal suo titolo: "Integrated crop management e cambiamento climatico".
Federico Spanna, dell'Associazione italiana di agrometereologia, ha ribadito da subito l'importanza della disponibilità di dati agrometereologici per la corretta impostazione delle strategie Ipm. Dati che devono essere anche utilizzati per alimentare i modelli previsionali per malattie e insetti, come pure per la prevenzione dei danni da avversità puramente climatiche, come siccità, gelo o eccessi di pioggia.
La fruibilità e la condivisione di questi dati meteo e previsionali starà sempre più alla base delle reti tecniche del futuro, le quali potranno contare in tal modo anche su opportuni sistemi di allerta. L'accento, secondo Spanna, va posto sempre più sull'estremizzazione dei fenomeni. I valori medi delle stime sul clima sono infatti solo indicativi. A titolo d'esempio, l'innalzamento delle temperature medie ha incentivato la coltivazione degli ulivi in Piemonte, salvo poi vederli morire tutti per le recenti gelate. Modificare gli indirizzi colturali in base ai trend medi, quindi, è quanto di più imprudente si possa fare.
I mutamenti climatici stanno inoltre modificando la diffusione delle colture e dei parassiti, non solo a livello latitudinale ma anche altitudinali. In più, vi è da ricordare come il 90% dei simulatori climatici dicano che pioverà sempre meno. Una penuria con la quale dovremo imparare a fare i conti.
L'uso corretto dell'acqua diverrà cioè sempre più fondamentale in futuro e per evitare sprechi sarà essenziale aumentare l'efficienza dei sistemi a tutti i livelli: informatici, comunicativi e di campo.
(Scarica la presentazione in formato pdf)

 
Fame, obesità e consumo delle risorse
 
L'analisi su scala globale dei problemi agro-climatici è stata invece delegata a Manuela Allara, agronoma della FAO, la quale ha fornito un quadro degli ecosistemi vulnerabili e della loro evoluzione verso una produzione agricola sostenibile.
Oggi vi sono al mondo 900 milioni di persone denutrite, mentre per contro circa un miliardo è classificabile come obeso. Qualcosa non torna, soprattutto pensando all'1,3 miliardi di tonnellate di cibo che vengono sprecati ogni anno, pari cioè al 10% del consumo calorico complessivo mondiale.
Secondo i dati FAO, l'uso di pesticidi e fertilizzanti negli ultimi decenni è cresciuto più che proporzionalmente rispetto alle produzioni che in effetti si sono poi ottenute, specialmente nei Paesi emergenti. Inoltre, sono stati spesso scelti prodotti sbagliati, usati per di più in modo sbagliato, quindi alcuni insetti sono per esempio aumentati anziché diminuiti.
Si è reso quindi necessario un grosso investimento in termini di formazione dei tecnici locali verso una maggiore competenza e una solida consapevolezza dei danni che gli usi impropri dell'intensivizzazione colturale possono fare. Per esempio lavorare sulla struttura e sulla difesa del suolo può mitigare l'erosione in caso di alluvioni, oppure attenuare i danni da siccità in caso di mancanza prolungata di pioggia.
La domanda alimentare, ormai è assodato, è però in crescita e il mondo chiede non solo più cibo, ma anche quelle proteine nobili che implicano consumi di risorse maggiori. Di rimando, l'uso maggiore dei suoli per assecondare questa domanda provoca danni anche seri se non sviluppato nel modo corretto. A tutto ciò si somma il cambiamento climatico che inasprisce ulteriormente gli scenari.
La gara diventa poi davvero dura se il cambio climatico si mostra più veloce della capacità di adattamento delle pratiche agricole. Il maggior indice di rischio per il cambiamento climatico è attualmente a carico dei Paesi del Far East che producono riso: ciò può comportare nel lungo periodo dei mutamenti anche geopolitici profondi se le economie e l'impatto di questi Paesi non seguirà strade virtuose di sviluppo.
(Scarica la presentazione in formato pdf)

 
Sotto la pioggia c'è poco da ballare
 
La risorsa idrica è uno dei più importanti tesori da tutelare e lo sarà ancor più in futuro.
Cristos Xyloiannis, dell'Università della Basilicata, incentra il proprio intervento su due temi: lo spreco delle risorse idriche e l'arricchimento in sostanza organica dei suoli come strumento di correzione.
Analogamente a come è stato immesso in atmosfera il carbonio derivante dai combustibili fossili, anche la sostanza organica del suolo è stata estratta per fini produttivi e alla fine il suo carbonio è stato traslocato in atmosfera in forma di CO2. Fare crescere la sostanza organica del suolo può essere quindi un valido strumento per abbassare i gas serra.
Il contenuto organico nei suoli del meridione spazia dallo 0,8 all'1,3%. Una miseria. Sotto l'uno per cento un suolo è assimilabile a un deserto microbiologico. Corrette pratiche agronomiche e uso di compost potrebbero far aumentare questi valori. Peccato che uno dei problemi del Sud è che non ci sono produttori certificati di compost. Il sud è infatti ancora molto indietro sulla raccolta differenziata.
Secondo fonti ONR-APAT, la percentuale di recupero della frazione umida nelle Regioni del Sud è intorno al 5%, contro l'oltre 30% del Piemonte, l'oltre 40% di Lombardia e Trentino e ben il 45% del Veneto. Non a caso il compost che arriva al Sud proviene in buona parte da questa Regione.
Il risparmio della risorsa idrica diventa quindi anche un risparmio di sostanza organica.
Dato poi che l'irrigazione induce un aumento della respirazione del suolo, si deve irrigare il giusto e solo dove serve. Quindi l'irrigazione localizzata diventa un prezioso strumento per ridurre anche la perdita di sostanza organica nelle porzioni di terreno che non sono interessate dalle radici delle colture.
Utilizzare compost, curare il giusto inerbimento dell'interfila e reinserire i sarmenti nel terreno anziché bruciarli (a meno di dover fronteggiare problematiche entomopatologiche) sono pratiche in grado di correggere l'attuale tendenza.
Se questo cambio di approccio dovesse prendere piede infatti, l'agricoltura potrebbe diventare un potente canale di riassorbimento della CO2 anziché una fonte di emissione. Basti pensare a titolo d'esempio che l'utilizzo di pratiche agricole conservative nella coltivazione dell'ulivo consentirebbe di "catturare" ben 61 tonnellate per ettaro di anidride carbonica nei primi 30 centimetri del profilo. Il tutto nell'arco di poco più che un quinquiennio.
Si, perché i tempi di recupero sono lunghi: ci vogliono circa 15 anni per fare salire la sostanza organica da 1 a 2% nei primi strati di terreno. Se poi questi vengono rivoltati negli strati più profondi si riducono anche le perdite per respirazione. Quindi agricoltura conservativa si, minima lavorazione pure, ma ogni tanto una bella rimescolata al suolo appare salutare proprio per contrastare i livelli di gas serra.
E ci siamo forse dimenticati dell'acqua? No. Anche la macroporosità del suolo crolla se manca la sostanza organica. Ciò riduce la velocità di migrazione dell'acqua lungo il profilo durante le piogge o le irrigazioni. Da ciò deriva una maggiore suscettibilità del terreno all'erosione, negli stati di "abbondanza", aggravando in seguito i momenti di siccità non essendosi create scorte di acqua profonde.
(Scarica la presentazione in formato pdf)

 
Investigazioni a bersaglio
 
Una parentesi di tipo investigativo è stata dedicata infine ai rappresentanti della Guardia Forestale di Bari, i quali hanno ribadito i concetti della campagna "Stop agli agrofarmaci illegali" promossa anche da Agrofarma.
Giovanni Prisciantelli, responsabile della Polizia giudiziaria della procura di bari, ha confermato la lotta capillare all'agropirateria operata dalla Guardia Forestale, coinvolta dal 1970 in attività di controllo anche in materia di agricoltura.
Nel 2001 è stato peraltro costituito un apposito nucleo operativo, il "NAF", ovvero nucleo agroalimentare forestale, il quale risponde al numero di telefono 1515 "h24".
Oggi si cerca sempre più la collaborazione con il mondo tecnico e agricolo per combattere illeciti come quello che solo pochi mesi fa vide coinvolta proprio la Guardia Forestale: due soggetti commercializzavano un prodotto spacciato per fertilizzante, ma che conteneva invece elementi che lo trasformavano in un vero e proprio fitoregolatore (il noto Dormex, nda).

 
Meditazioni di un giornalista
 
Ascoltare non solo per scrivere, ma anche per pensare. Pensare a quanto in fondo sia labile il confine che divide l'agricoltura intensiva dall'agricoltura imbecille. Cioè, quel confine che separa le forme virtuose di un'agricoltura specializzata e produttiva da quelle scioccamente invasive e sprecone di un'agricoltura dai modi spicci e speculativi.
Ascoltare serve pure a realizzare che molti mali del mondo vengano addossati all'agricoltura, compreso talvolta quello della fame, quando al contrario è proprio l'agricoltura a lottare per contrastarli, ingaggiando una lotta impari con una crescita demografica dissennata che sta sempre più riempiendo la Terra di bocche da sfamare a fronte di risorse naturali sempre più limitate.
Perché alla fine, il problema è tutto lì: sempre più gente vuole e deve mangiare, compresa quella gran fetta di popolazione ormai inurbata che di cibo non ne produce più per nulla, ma ne consuma e ne spreca ancor più di quanto sprechi giudizi sprezzanti su di un settore che non conosce, non capisce e dal quale è ormai lontano anni luce.
Illusorio quindi pensare che la risposta a una tale tragedia globale risieda nelle dilaganti visioni bucoliche e para-naturiste che eleggono a simbolo dell'agricoltura sostenibile simpatici bovari di montagna che mungono a mano nel secchio di metallo. Visioni tanto ingannevoli quanto stereotipate e modaiole che sarebbe meglio lasciare alle reclame di cioccolate dai colori improponibili.
Tenendo invece i piedi ben saldi per terra, va solo ricordato quanto l'agricoltura sia in fondo come un'automobile: ha tre pedali, acceleratore, frizione e freno. Se si tira solo il freno non si va da nessuna parte. Se si schiaccia sempre a tavoletta l'acceleratore presto o tardi si finisce nel fosso. Se infine non si sa usare correttamente nemmeno la frizione, cioè la modulazione fra produrre e conservare, si riesce solo in un unico intento: bruciarla.
Per ritornare quindi a una visione lucida ed equilibrata dei problemi, forse basterebbe tenere a mente che sono sempre e solo gli abusi, gli sprechi e l'avidità a fare i danni peggiori, come pure servirebbe meditare sul motto coniato tempo fa da chi scrive: "La sommatoria delle furbizie individuali si trasforma sempre in stupidità collettiva". Gli infiniti difensori degli altrettanto infiniti orticelli politici, magari, ne facciano tesoro.